Come raccontare una vita intera in poche pagine? Come condividere l’amore per le cose genuine e una carriera che ha reso Giuseppe Giordano, per tutti Pino, l’attuale imprenditore della ristorazione che conosciamo. É quanto ha provato a fare Nino D’Antonio, studioso e giornalista di altissima esperienza nel settore enogastronomico, napoletano DOC e quindi grande conoscitore della pizza di qualità. Con il volume “Giuseppe Giordano Civiltà della Pizza“, curato dalla rivista “Taste Vin”, lo scrittore racconta la storia di come un giovane pizzaiolo, partito negli anni Sessanta dall’amata Costiera Amalfitana, per la precisione da Campinola di Tramonti, sia riuscito a costruire con impegno e passione la sua fortuna imprenditoriale, tanto da diventare un esempio di ristorazione nella terra in cui ora vive, il Nordest.

Iniziamo oggi a condividere con voi il racconto che potete trovare anche online partendo da queste pagine. Una serie di estratti dei passaggi più importanti ed intensi che Giuseppe Giordano racconta, in una iperbole che ripercorre una lunga carriera che inizia negli anni ’60 da Campinola di Tramonti per giungere a Treviso e da qui in tutto il nordest. Il “ritratto” di Pino racconta il suo inizio, quando deve lasciare il paese natio ad appena 16 anni, con in tasca poco denaro ma tanta passione, determinazione e curiosità per l’avvenire…

 


PINO GIORDANO QUASI UN RITRATTO

I trascorsi sono quelli umili ma dignitosi della gente di campagna. E il racconto procede a fotogrammi fra memoria ed emozioni. “Credo di non aver mai sofferto la fame. La poca terra a mezzadria, qualche mucca e una folla di galline erano sufficienti ad assicurare cibo a una famiglia con sei figli. Ricordo il corteo di zuppe invernali, cui seguivano i freschi ortaggi di primavera. Sempre secondo l’andamento delle stagioni. E poi i giochi fra ragazzi. Tutti da inventare, con niente. Dalla palla – fatta con le pezze insaccate di una vecchia calza, cucita poi con lo spago – fino allo slittino, che era il sogno di tutti noi. Niente più di una tavola di legno, con quattro cuscinetti a sfera, allora assai rari e costosi. Costruire questa “mac- china” era un’operazione ai confini con la magia. Specie per le misure e l’inserimento di quella “tra- versina” che faceva da timone, e alla quale erano affidate le sorti di chi affrontava la discesa, ripida e a tornanti verso il mare. Io ne so qualcosa, e per giunta nel giorno del mio onomastico. Lo slittino (ma per noi era il “car- ruocciolo”) uscì di strada, e io tornai a casa con un bel taglio sulla fronte, a qualche centimetro dalla tempia destra”. A parlare è Pino Giordano – poco meno di settantanni, portati con giovanile baldanza – una carica di contagiosa simpatia e un linguaggio visivo. Procede infatti come se illustrasse un lungo filmato, del quale solo lui conosce il succedersi dei fatti e delle immagini. Gli esiti sono quelli di una narrazione con un sottile sapore d’epoca, che si mescola agli anni dell’adolescenza e a una comprensibile emozione. Pino è nato a Tramonti, una cupola di vigneti e castagni d’intensa suggestione sulla Costa d’Amalfi. A nord il Valico di Chiunzi sull’ampia pianura fra Nocera e Sarno (da sempre feudo delle grandi industrie conserviere di pomodoro), e a sud il mare di Maiori. É terra dalla geografia anarchica, fra rocce, balzi, valloni, forre, dominio di una vegetazione prepotente, che fascia di verde e di quiete il paesaggio. L’abitato è sparso (si contano ben tredici frazioni), raccolto di volta in volta fra la piazzetta e la chiesa, quasi a esaltare autonomie quantomai sentite. Polvica, Gete, Ponte, Campinola, Capitignano non sono che alcuni insediamenti di questa terra, che vanta da sempre i più celebrati latticini d’Italia: fiordilatte, provola, scamorza, ricotta. Tutti derivati da quel latte di mucche agerolesi e podoliche, ma soprattutto da un’antica e sapiente manualità.

“Ed è questo straordinario ventaglio di prodotti del latte – un tempo portati a Napoli e a Salerno attra- verso impervie strade – a dare nel corso dei secoli un’identità alla gente di Tramonti. Per trasformarli, poi, in un esercito di pizzaioli alla conquista dell’Italia, a partire dalla Valle d’Aosta. Siamo ben oltre le millecinquecento pizzerie, condotte da tramontani, e tutte con pieno successo”.

Ma l’avventura non è di quelle da esaurirsi con una citazione. E Pino non si risparmia. Anzi, sfodera insospettabili riferimenti culturali, poco riconducibili alla frequentazione di qualche anno di scuola, per giunta a indirizzo agricolo. Scopro così che il ragazzo di Tramonti (anzi della frazione di Campinola, per rispetto dell’anagrafe) ha vissuto all’insegna di un radicato vizio della curiosità. Che ne ha fatto non solo un imprenditore di successo, ma lo ha spinto verso un imprevedibile area d’interessi, del tutto lontano dai suoi pochi studi e dal mondo della ristorazione.

“Quando i filosofi che hanno preceduto Socrate si sono chiesti cosa ci fosse all’origine della Terra, hanno risposto aria, acqua, terra e fuoco. Ci pensi. Il pane e quindi la pizza nascono proprio da que- sti stessi elementi”. Pino ha ragione. L’aria, calda o fredda, umida o secca, condiziona la crescita dell’impasto. Che d’altra parte si fa con l’acqua. E la farina, a sua volta, viene dalla terra. Resta il fuoco, senza il quale non c’è cottura. Insomma, pane e pizza s’identificano. Ecco perché non è stato difficile alla gente di Tramonti (dove ogni famiglia aveva il forno per il pane, riconosciuto fra i migliori del territorio) allungare il passo fino alla pizza. “Ma c’è di più. Senza averne magari consapevo- lezza, la pizza era presente sulle nostre tavole, ogni qualvolta si faceva il pane. L’impasto, che superava quello previsto per le varie pagnotte, veniva steso e ricoperto con aglio, olio, pomodoro e origano. Con grande festa di noi ragazzi…”.

continua…

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